Aspetti Storici e Diffusione

Il Casalis, nel descrivere le vie della città nell’ottocento afferma che: “Bello è dalla primavera all’autunno l’aspetto di questa fronte della città per le molte pergole che ombreggiano le finestre”. E anche il Valery nel “Viaggio in Sardegna” compiuto nel 1837 ebbe a scrivere: “Le finestre del lungo Temo adorne di spessi pergolati, sono d’un effetto incantevole”. Questo significa che, anche alle finestre delle case lungo la strada che costeggia il fiume vi erano dei pergolati che ombreggiavano e ornavano la via. Ma ciò non desta stupore, considerato che a Bosa e nella Planargia la vite è sempre stata una pianta familiare, tipica non solo dell’ambiente rurale ma anche di quello cittadino, e l’elemento della vite è ancora presente nelle attività artigianali locali, che riproducono, oltre a simboli di natura faunistica, mitologica e religiosa, simboli di natura vegetale; fra questi la vite è prevalente; la possiamo trovare riprodotta nel filet, ove il simbolo della pianta e dell’uva sono tra i motivi fitomorfi dei ricami realizzati dalle donne. Le rappresentazioni della pianta, inoltre, sono anche presenti nei prodotti della lavorazione della filigrana e della pietra; era ed è un simbolo di buoni raccolti e di ricchezza.

Il Malvasia che viene coltivato in Planargia ha una lunga storia, anche se diverse sono le ipotesi sulla sua origine. Secondo la maggior parte degli studiosi il vitigno sarebbe originario della Grecia ed in particolare di una città della costa sud-orientale del Peloponneso, chiamata in antichità Monobasia o Monembasia. Il porto della città, protetto da un’alta roccia a strapiombo sul mare, aveva un ingresso strettissimo e pertanto molto difficile da conquistare. Così un potente principe greco, per espugnare la fortezza, chiese aiuto ai veneziani, che, dopo la conquista rimasero in quel territorio e si spinsero nell’entroterra. I veneziani seppero subito apprezzare il vino Malvasia, ne attivarono un intenso commercio e trapiantarono il vitigno a Creta, loro possedimento da mezzo secolo, e in altre isole dell’Egeo. La Malvasia divenne molto conosciuta e apprezzata nel Mediterraneo tanto che con tale nome, nel 1600, si indicavano le locande in cui veniva venduto e bevuto il profumato “vino navigato o greco”, e ancora oggi a Venezia si può percorrere la Calle della Malvasia e il ponte della Malvasia. I vitigni da cui veniva prodotto questo vino furono in seguito diffusi anche in altre aree viticole mediterranee nelle quali, talvolta, acquisirono nomi locali o vennero denominati genericamente greci, generando così le attuali difficoltà di distinzione varietale. Infatti, con il nome Malvasia sono coltivati sia vitigni a bacca bianca dal sapore semplice, sia tipologie dal sapore aromatico o pure a bacca nera.

Secondo l’ipotesi più verosimile, peraltro, l’introduzione del vitigno Malvasia nella nostra isola risalirebbe al V-VI secolo d.C., ovvero subito dopo la caduta dell’Impero Romano. Molto probabilmente arrivò nell’isola tramite gli approdi di Kalaris e di Bosa: infatti il vitigno ha la sua maggiore diffusione nel Campidano di Cagliari e nelle colline della Planargia, mentre nelle altre regioni dell’isola la sua presenza è alquanto sporadica, e ciò fa ipotizzare che in queste zone esso sia stato introdotto in tempi meno antichi. In ogni caso, in Planargia la vite Malvasia è coltivata da moltissimi secoli ed il vino prodotto ha avuto via via nomi diversi, come Marvasia, Marvagia, Marmasia, Malmasia e, in alcune parti della Sardegna, in particolar modo nel nuorese, viene dialettalmente detto “Alvarega” o “Arvarega” corrispondente all’italiano “Bianca Greca”, il che sembrerebbe confermare quanto detto sulle origini di questo vitigno.

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